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martedì 10 marzo 2015

Bellezze d'Italia salvate dalle collette popolari

Gli stranieri si comprano l'Italia, gli italiani la difendono con le collette. Così dall'11 aprile l'Abramo d'Orcia tornerà a palazzo Chigi Zondadari, nel cuore del borgo toscano.
SAN QUIRICO D'ORCIA - VAL D'ORCIA: I giapponesi della Hitachi si sono presi l'Ansaldo
Breda e i suoi treni. I loro cugini occhi a mandorla di Cina hanno portato a Pechino i diritti televisivi pallonari (anche) della serie A. Gli sceicchi del Qatar in un giorno solo hanno messo nel carrello della spesa 28 grattacieli, in pratica l'intero quartiere sul quale le torri svettano, quello milanese di Porta Nuova. Perché i mercanti venuti da Oriente hanno soldi. A fiumi: c'è chi rastrella quote societarie, chi predilige palazzi e terreni, chi punta sulle opere d'arte. Roma guarda e lascia fare, ma all'ombra dei campanili la rivolta è viva ed agli squilli di tromba della colonizzazione si risponde suonando le campane dell'orgoglio patrio.

La culla della nuova resistenza è a San Quirico d'Orcia, 2.700 anime sparse sui colli della provincia senese. Uno degli emblemi della storia cittadina, il bassorilievo che riproduce scene della vita di Abramo, era finito all'asta dopo essere stato venduto dalla famiglia proprietaria. Forte era il rischio che il blocco scultoreo, risalente alla metà del XII secolo, cadesse nelle mani di collezionisti esteri. Allora i sanquirichesi si sono organizzati. E lanciata una sottoscrizione hanno messo insieme uno sopra l'altro i 32.000 euro occorrenti per esercitare il diritto di prelazione. Così dall'11 aprile l'Abramo d'Orcia tornerà a palazzo Chigi Zondadari, nel cuore del borgo toscano. «Era importante riportare a casa una delle opere d'arte più antiche del nostro piccolo paese e l'esserci riusciti in tempi difficili – dice raggiante l'assessore comunale alla cultura, Ugo Sani – crediamo sia il miglior segnale di coesione e senso di appartenenza della nostra comunità».

Lo stesso al quale nelle settimane passate s'è appellato il Comune di Padova per mettere al sicuro una tela di Jacopo da Montagnana, tra gli artisti più attivi della seconda metà del Quattrocento. Per blindare il dipinto, raffigurante la deposizione di Cristo nel Sepolcro, servirebbero almeno 80.000 euro: la sottoscrizione è in corso.

Con molto meno a fine gennaio s'è invece conclusa con successo la missione del gruppo «Amici del museo per Via», sceso in campo per togliere dai circuiti dei mercati d'arte l'originale ottocentesco della stampa effigiante Pieve e la Conca del Tesino, un pugno di case stese su un fazzoletto di campi a pochi chilometri da Trento: i 269 abitanti si sono tassati pur di riprendersi – dopo 180 anni – lo scatto figlio del fotografo tedesco Frederick Martens, uno dei primi dagherrotipisti europei.

A Francavilla al mare, invece, cittadini in campo a difesa di uno dei più preziosi quadri di Francesco Paolo Michetti, il pittore che Gabriele D'Annunzio nel suo testamento spirituale definì «mio fratello». Per riuscire nell'impresa, quote popolari e porta a porta in città, pur di raggranellare i 30.000 euro indispensabili a prender parte all'asta. E vincerla, perché quando si perde son dolori.

In Sardegna, nel 2013, l'isola di Budelli era stata acquistata da un banchiere neozelandese: per avere gli strumenti giuridici e i soldi necessari a far valere la prelazione s'è dovuta modificare addirittura la Legge di Stabilità.

Per questo a Venezia hanno sudato freddo quando hanno saputo che l'isola di Poveglia era stata aggiudicata ad un acquirente diverso dal comitato nato per difenderne la venezianità: la paura è passata solo quando s'è sparsa voce che il compratore era pure lui un veneziano, l'imprenditore Luigi Brugnaro. Che subito s'è affrettato a precisare: «L'ho fatto per scongiurare il rischio che qualche investitore estero comprasse un bene inestimabile della città».

Lo straniero avanza tintinnante, gli italiani lo aspettano in trincea, sulla linea del Piave.

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