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Incontro di due civiltà: sardi sulle colline toscane

di Mariangela Musio           
(VAL D'ORCIA - terra d'eccellenza, n°6)
«Sono arrivato in Toscana nel ’61 richiamato da amici e compaesaesani che avevano già lasciato la Sardegna e che descrivevano la loro terra di approdo come una terra meravigliosa». Sono le parole di un pastore sardo, Salvatore Musio, che come tanti è giunto in Toscana lasciando la
Sardegna non spinto da difficoltà economiche particolari, ma da “fame” di terra e di pascoli per il suo bestiame. E “meravigliose” dovettero sembrare - ai suoi occhi e a quelli degli altri pastori emigranti - la Toscana, Siena e la Val d’Orcia con i suoi colli dolci, morbidi, ordinati. Con nella mente la loro isola, essi guardavano a questa terra di approdo come una nuova possibilità, come una sfida. D’altronde, grandi sfide avevano mosso già in tempi lontani popoli e viaggiatori di ogni sorta e la Toscana era stata terra di viaggiatori (lo furono gli Etruschi, lo furono i pisani della città marinara), ma è stata anche terra di approdo e di transito. Pontefici, imperatori, mercanti, cavalieri, pellegrini, poeti ne hanno percorso i colli e le valli – compresa la Val d’Orcia – lungo la Via Francigena.
E i nuovi viaggiatori di epoca moderna? Anch’essi hanno spesso seguito quella via: alcuni lo hanno fatto con le loro greggi che andavano popolando colline e valli cariche di storia, da poco abbandonate da coloro che negli anni ’50 e ‘60 del Novecento avevano risposto al richiamo di un lavoro nuovo, scandito da orari che non sarebbero stati più quelli della natura. I contadini toscani avevano lasciato le terre dei loro padri e dei loro nonni per la fabbrica, per la città, per una vita più comoda. Il loro posto fu preso da quei sardi che arrivavano in cerca anch’essi di migliori condizioni di lavoro e di vita.
Ma cosa avevano in comune quei due mondi: quello sardo e quello toscano, apparentemente così distanti (se non altro per il mare che li separava)?
Entrambi conoscevano la tenacia, il senso del lavoro e del sacrificio, la creatività delle loro genti. In entrambi quei mondi era vivo il rispetto della storia e delle origini della loro civiltà, il gusto della narrazione e della poesia. Un gusto della narrazione che in Sardegna è già insito nel parlare: “narrere” in sardo sta per “parlare”, “dire”; e “dire” la vita, le imprese, la storia e le vicende della comunità significa “dire” anche attraverso la poesia e la narrazione epica.
Ma un altro elemento che accomuna sardi e toscani è il grande rispetto della natura e il valore estetico e poetico attribuito al paesaggio. E’ un rispetto che il pastore sardo, nell’isola, nutriva verso la sua terra dotata di una natura arcaica, talvolta aspra e arida, che difficilmente si lasciava domare dall’uomo. Una natura che concedeva però al pastore, solitario guardiano delle sue greggi, i suoni e le voci (il vento, il belare della pecora, il muggire della mucca) per quelle modulazioni e quelle intonazioni con cui egli rompeva il silenzio e la solitudine. Il “tenore” del pastore era il canto con cui la natura veniva fatta poesia: era il frutto del dialogo di quell’uomo con la natura.
Eppure anche il contadino toscano, con la natura e il paesaggio aveva una dimestichezza che era persino estetica, oltre che pratica: e questo non dev’essere sfuggito al pastore sardo che giungeva nella Val d’Orcia e in quelle colline in cui si andava sostituendo in modo discreto al contadino che per tanto tempo le aveva coltivate e curate. Con il tempo sarebbe venuta meno l’iniziale diffidenza del contadino per quel pastore silenzioso e schivo, che portava con sé la ritrosia dei suoi antenati nuragici. Da quei lontani antenati , così diffidenti rispetto al mare e al mondo che stava oltre l’isola, il pastore sardo aveva evidentemente ereditato quel senso di distacco rispetto all’esterno: “istranzu” è l’aggettivo sardo per indicare tutto quello che è esterno all’intimità della famiglia e del luogo di appartenenza; “istranzu” è anche l’ospite, verso cui, tuttavia, il rispetto era, ed è ancora, totale. Ma “istranzu” dovette inevitabilmente sentirsi inizialmente in Toscana anche l’emigrante sardo. Il “Continente”, come in Sardegna viene ancora oggi chiamata la penisola italiana, rappresentava il mondo “altro”, il mondo “aperto” da rifuggire: dal mare arrivavano spesso i guai; da lì erano arrivati anche i pirati pisani e saraceni, di cui tante storie o leggende rimangono nella poesia sarda di quei pastori. Eppure, il sardo, come il Padron ‘Ntoni della Sicilia nei Malavoglia di Giovanni Verga, a un certo punto ha sentito il bisogno di sfidare il mare e quel mondo “aperto” della modernità. E’ così che sono cominciati i viaggi epici verso nuovi lidi.
In Toscana il sardo ricominciava la vita e il lavoro su basi nuove, con la consapevolezza di doversi conquistare la fiducia della gente, non sempre rassicurata da quegli arrivi dall’oltremare. Vinta la diffidenza iniziale, i toscani seppero tuttavia riconoscere e apprezzare la determinazione dei sardi, il loro spirito di sacrificio, il senso del lavoro, e dell’onestà, anche quando quest’ultima venne messa a dura prova durante il periodo triste dei sequestri che proprio i moltissimi sardi onesti, per primi, condannavano con fermezza. Da parte loro i sardi riconoscevano la grandezza di quel popolo che li accoglieva e ne presero a modello anche le tecniche agricole, coniugandole efficacemente con quelle agro-pastorali sarde.
Fu così che due mondi e due culture andarono confrontandosi, senza perdere di vista i valori del rispetto, della solidarietà e della cura di un territorio e di un paesaggio che oggi come sempre è una meraviglia per chi arriva.