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1585: La morte a Torrenieri dell'arcivescovo di Corfù Maffio Venier

(di Alberto Cappelli)
Maffio (o Maffeo) Venier, veneziano, Arcivescovo di Corfù, muore a Torrenieri per malattia, all’età di 36 anni, l’11 novembre 1585.
Discende da una famiglia presente a Venezia sin dall’ XI secolo, che ha dato a quella città tre Dogi e altre personalità illustri, tra le quali anche uomini di lettere.

Nasce il 6 giugno 1550 da Lorenzo, poeta e allievo di Pietro Aretino, e da Maria Michiel, ma a pochi mesi dalla nascita, resta orfano di padre.
Segue le orme paterne dedicandosi agli studi letterari nei quali, in breve tempo, ottiene grandi progressi, sia per l’impegno profuso, che per l’aiuto avuto dai fratelli del padre, in particolare da Domenico, anche lui poeta e letterato.
Viaggia molto e nel corso di un soggiorno a Roma, nei primi mesi del 1573,  conosce Torquato Tasso.
Fu in questo periodo che entra al servizio della Casa Medicea, sia come poeta, che come informatore del Granduca Francesco I.
Nel 1575 è di nuovo a Roma, dedito però più ai divertimenti che alla poesia. Nell’inverno dello stesso anno dimora un po’ a Firenze e poi ritorna a Venezia. Non ha fermezza tanto che nel dicembre è a Pisa con Don Pietro dei Medici e poi  di nuovo a Venezia.
Maffio Venier è scontento della sua condizione economica ed è in continua ricerca di incarichi che lo affranchino – possibilmente per sempre - dai problemi economici.
Dalla sua città natale riceve un incarico pubblico: è nominato nel Collegio dei Savi, fra i Savi agli Ordini, incarico che, però, non lo soddisfa economicamente. Per questo si rivolge ancora al Granduca mediceo e al Cardinale della stessa casata, affinché gli procurino dal Pontefice un buon beneficio ecclesiastico.
Da sempre questo era il chiodo fisso del Venier, che lotterà  per ottenerlo!
L’11 aprile 1578 muore la Granduchessa Giovanna d’Austria, moglie di Francesco I Granduca di Toscana, che, rimasto vedovo, perciò può sposare la sua amante, la veneziana Bianca Maria Cappello vedova di Pietro Bonaventuri, mantenendo così  la promessa che le aveva fatto.
Bianca Maria Cappello è conosciuta sia da Maffio Venier che dai suoi familiari, per cui ora alla corte dei Medici può contare anche su questa amicizia, per esaudire le sue continue richieste.
Intanto il Venier ancora una volta  si rimette in viaggio:  visita Torino e Parma e poi va a Costantinopoli.
Tornato in Italia frequenta la Corte di Parma, dove si ammala di mal franzese – la sifilide – contratto a Costantinopoli.
Malgrado il grave inconveniente continua a non disperare in una prebenda pontificia e, finalmente!, nel 1583 è eletto Arcivescovo di Corfù, carica che comunque  non lo soddisfa  per la scarsa rendita economica.
Solo dopo due anni dall’elezione si reca  a Corfù per prendere possesso della Diocesi e riordinarla, perché lasciata in gran disordine dal predecessore;  cerca anche di sedare il forte contrasto esistente tra i residenti e la popolazione turca là presente.    
In seguito, su sua richiesta, il nuovo Pontefice Sisto V lo esonera dal risiedere a Corfù.
Tornato in Italia, nell’agosto del 1585 si reca a Tivoli, dove è colto da  febbre violentissima; ma  ai primi di settembre, dopo un lieve miglioramento, torna a Roma.
Per intercessione del Cardinale dé Medici ottiene dal Papa  la coadiutoria di San Miniato e l’ esenzione dal pagamento delle decime al Pontefice, dovute queste per rispettare l’ordine che la Repubblica di Venezia aveva imposto al clero del suo dominio, al quale l’Arcivescovo Venier apparteneva.
La febbre intanto non l’abbandona e gli provoca una continua sfinitezza. Ma  per sua fortuna non lo abbandonano neppure le lettere affettuose e i doni dei suoi benefattori.
I medici curanti gli consigliano di cambiare aria. Per questo si rivolge di nuovo ai Medici, per chiedere ospitalità in una delle loro ville fiorentine, dove vorrebbe recarsi dopo aver fatto una breve sosta in territorio senese.
Solo ai primi di novembre la febbre, con una breve tregua, gli consente di mettersi in viaggio. Prima di sera, il 6 novembre giunge a Paglia, nel viterbese e da li chiede di essere condotto a Torrenieri, nella casa di Giovanbattista Ballati.

All’epoca Torrenieri era un piccolo borgo cinto da mura, con due porte di accesso, una in direzione ovest e l’altra a est. è presumibile che, come negli altri borghi a Sud di Siena situati sulla via Francigena, vi fosse nelle mura anche una terza porta da utilizzare come via di fuga  in caso di necessità.
Fin dal 1500 era documentata la presenza di una importante stazione postale per il cambio dei cavalli e per la corrispondenza.
Fuori della porta in direzione est, a circa 80 metri, in una zona pianeggiante in vicinanza del ponte dell’Asso, si trovava il Palazzo dé Ballati(1) edificato nella seconda metà del 1400 a guisa di fortilizio guarda-strada, con quattro torri –  una per cantonata – e circondato da un fossato.
I Ballati erano una famiglia senese che per conto di quello Stato gestivano l’esattoria dell’Abbondanza(2), fino a quando questa azienda privata non fu ritenuta piuttosto gracile(3), per cui gli fu tolto l’incarico, che venne affidato all’emergente e più solido  Monte dei Paschi.
I Ballati a Torrenieri  possedevano fin dal XIV secolo un palazzo con base a scarpa(4) sulla via Francigena e qualche secolo dopo acquisteranno anche la villa del Poggio, sede della stazione di posta, con annessa osteria e, successivamente, la Villa, con fattoria, di Celamonti.
Quasi certamente Maffio Venier conosceva Giovambattista Ballati, altrimenti non si comprende la richiesta di essere portato in quella casa.

Vi giunse il 7 novembre in condizioni disperate. Non riusciva a muoversi senza l’aiuto della servitù e mangiava solo se obbligato dalla stessa: ormai era giunto, come si era soliti dire in questi casi, a mangiare il pollo pesto(5).
Il suo maggiordomo e segretario Pompeo Marescalchi, che lo accompagna nel viaggio con la servitù, scrive subito al Governatore di Siena Giulio Del Caccia, per avvertirlo dell’arrivo a Torrenieri dell’Arcivescovo e per informarlo sulle sue gravissime condizioni di salute.
Una lettera simile la invia anche a Bianca Maria Cappello.
Anche il Governatore di Siena avverte la Corte Medicea dell’arrivo a Torrenieri dell’illustre ospite e dopo aver descritto le condizioni di salute del Venier, chiede ordini su cosa fare in caso di un prevedibile decesso.
Giulio Del Caccia, poi, invia a Torrenieri un servo, un medico, un gesuita, un intimo amico e una lettiga, questa fatta pervenire dalla Granduchessa.
Il 10 di novembre, con l’aggravarsi delle sue condizioni, Maffio Venier chiede di confessarsi e riceve il Sacramento dell’Estrema Unzione. Il giorno dopo, alle ore 17, muore.
Il suo cadavere, portato nella Chiesa di Torrenieri, vi rimane  molti giorni, vegliato dai servitori sconsolati che non sanno cosa fare. Poi, per ordine di Francesco dei Medici, la salma è trasportato nel Duomo di Siena, dove il 21 novembre l’Arcivescovo Maffio Venier è sepolto(6-7).

La vita di Maffio Venier può dividersi in due periodi. Il primo va dalla nascita al 1583 - anno della sua elezione ad Arcivescovo di Corfù - nel corso del quale si dedica alla poesia e alla letteratura e  viaggia in Italia e all’estero, conducendo una vita da gaudente; nel secondo, che da quella data va fino alla morte, conduce una vita da irreprensibile prelato.
Come letterato e poeta usò la lingua italiana e sopratutto il dialetto veneziano, in ambedue i casi con buon successo, producendo molte opere, in gran parte poetiche. In questa veste ebbe scontri violentissimi con la coetanea poetessa veneziana Veronica Franco (1546-1591), spesso oggetto di ludibrio e di feroci satire da parte di Maffio Venier.
A proposito della sua morte i biografi della Franco raccontano in parte una storia diversa. Riferiscono che ammalatosi l’Arcivescovo a Tivoli, si fece condurre in Toscana e morì a Torrenieri, ma non nella casa di Giovanbattista Ballati, bensì in un osteria(8-9).
I Ballati a Torrenieri possedevano oltre agli edifici detti prima anche la Villa del “Poggio” come detto adibita a Stazione di posta,  con annessa Osteria. Ma questa acquisizione sembra avvenire ai primi del 1600(10), quando il Venier era già morto.
All’epoca a Torrenieri vi erano altre osterie delle quali una di proprietà della Comunità, che veniva appaltata di tre anni in tre anni, a privati, con gara pubblica.
Il riferire che Maffio Venier morì in un luogo pubblico quale è un’osteria, anziché nella casa di un conoscente  – se non si è volutamente infierire sull’Arcivescovo – può solo essere dovuto a una non corretta conoscenza dei fatti. E dei luoghi


Note

  1. Anche oggi presente e noto come Posta Vecchia.
  2. L’Abbondanza è la più antica magistratura senese, istituita nel 1200, inizialmente con i soli compiti di controllo sulla circolazione del grano e di altri cereali e che si occupava, fra l’altro, della riscossione della relativa gabella. Dalla metà del 1300 vi confluì l’ufficio del divieto che regolava l’approvvigionamento dei cereali e di altri alimenti di prima necessità. Fu nota anche con altri nomi, quali quello di ufficiali della cànova, ufficiali sopra il biado, ufficiali sopra la grascia, fino ad assumere definitivamente quello di ufficiali dell’abbondanza. Fu soppressa da Pietro Leopoldo di Lorena.
  3. F. Melis - “La banca pisana” (a cura di Mario Spallanzani - Istituto Internazionale di Storia Economica “F. Datini”. Firenze, 1987.
  4. Oggi di proprietà comunale che qualche anno fa ha iniziato il suo restauro, ad oggi non completato. È utilizzato per  esigenze abitative e al piano terreno vi è la sede della Confraternita di Misericordia.
  5. Vivanda indicata, in senso metaforico, per gli ammalati gravi. Mangiare il pollo pesto ha il significato di star male per qualche accidente di animo o di corpo ed essere disappetente. Al contrario mangiare pollo senza pesto vuol dire  star bene, essere sano, mangiare con appetito.
  6. Prof. Nicola Ruggieri - “Maffeo Venier (Arcivescovo e letterato veneziano del 500) – Studio Storico Critico con un appendice di versi inediti” - Udine, 1909.
  7. Archivio di Stato di Firenze, filze medicee 5943, co 645, 650, 716, 744 e 649; 744  e 655; 649 e 769. Le lettere sugli ultimi giorni di Maffio Venier sono di Giulio del Caccia e Pompeo Marescalchi.
  8. Marcella Leigh Diberti -”Veronica Franco, donna, poetessa e cortigiana del Rinascimento”. Ed. Priuli and Verlucca – Ivrea, 1981.
  9. Margareth Rosenthal - “The honest Courtesan: Veronica Franco”. Ed. Università di Chicago, 1992.
  10. Mario Ciacci – “La Torre Nera” - Siena, 1999.