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IL NOME DEI MESI

di Raffaele Giannetti

I nomi dei mesi, come sappiamo, costituiscono un bel rompicapo. Altrimenti detto: «Com’è che dicembre, dodicesimo mese dell’anno, è chiamato col numero dieci? Allo stesso modo, novembre, il mese del nove, è l’undicesimo della serie, eccetera eccetera. Ritorno sull’argomento – se è lecito usare tale verbo nel numero zero di una rivista – perché voglio proporre una nuova soluzione.
Antefatto: una limpida sera d’estate, a cena sotto una querce* frondosa: io, mio fratello Riccardo e Mario, un
nostro amico; liberi di chiacchierare fino a tardi. Una sera ideale. Difficile e determinante la scelta dell’argomento, che doveva riunire intorno a sé un insegnante di lettere, un matematico con decise propensioni informatiche e un esperto di elettronica. Il nome dei mesi – che è una mia idea tormentosa da lungo tempo – ci consentiva di parlare di questioni storiche, di calendari antichi e di antiche consuetudini, ma anche della precisa, e necessariamente scientifica, vicenda cosmica; ed evidentemente di numeri.
Premesso che l’anno non è mai stato la somma di dieci mesi (come si diceva che fosse l’anno romuleo) e che non è mai cominciato da marzo (come è stato dimostrato da storici di rango**), si deve dire che i Romani pensavano alla prima parte dell’anno, cioè ai primi sei mesi, come alla notte; gli altri, quelli del secondo semestre, erano il giorno, la luce.
Fu Riccardo allora che fece la domanda cruciale (traendone poi le fondamentali conclusioni): «Ma la notte era divisa in sei ore?».
Sì e no: essa conteneva le sue sei ore, ma veniva contata, in pratica, secondo quattro partizioni che erano i turni di guardia, le cosiddette vigiliae. E ciò può essere successo anche per il conto dei mesi. Il primo semestre, dunque, pur continuando a essere divisibile in sei mesi, veniva contato, data la sua natura magmatica e notturna, secondo quattro periodi (caratterizzati da ricorrenze mobili – e lunari – come il Carnevale e la Pasqua, che vanificano, in qualche maniera, la rigida scansione mensile). Intempesta nocte, dicevano i latini: come dire ‘notte senza tempo’, nella quale, per così dire, tutti i gatti sono bigi. Se così fosse, il settimo mese dell’anno dovrebbe avere giustamente il suo bel cinque, e così via: Quintile, Sestile, Settembre, Ottobre, Novembre, Dicembre.
Una nota necessaria: solo i mesi del secondo semestre sono indicati con i numeri (Quintile è il vecchio nome di luglio, così chiamato poi in onore di Giulio Cesare; Sestile quello di agosto dedicato ad Augusto). Ma l’incongruenza della numerazione dei mesi è soltanto apparente. La sfasatura – questo dodici chiamato dieci – è costitutiva, fondamentale, originaria. In altre parole, coerentemente alla sua natura luni-solare (molto più raffinata, anche se meno precisa, di una soltanto lunare), il nostro calendario associa i due sistemi metrici per eccellenza: quello decimale e quello duodecimale, quasi fossero, il primo quello della luna, il secondo quello del sole. Il dieci, come i libri delle Bucoliche virgiliane, è il numero del tempo mitico, il dodici quello del tempo storico.

* E non «quercia»: così in questa parte di Toscana.

** È evidente che il mese di gennaio – Ianuarius, dedicato a Giano, divinità bifronte, signore delle porte e delle chiavi – deve essere il primo mese dell’anno.